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A WALK ON THE WILD SIDE - LOU REED

Postato alle 15:07 di martedì, 07 ottobre 2008

Una bambina dai capelli corvini e dallo sguardo assente. I suoi passi sul selciato del viale del cimitero. Gli occhi assassini e crudeli. Lo sguardo fiero di chi sta per compiere un’efferata azione senza pentimento. Un vestito bianco, candido come la neve. Quel corpicino trasparente, fluttuava a pochi centimetri dal suolo. Gli uccelli notturni tacquero istantaneamente.
Canticchiava sottovoce una canzoncina triste e ad ogni suo passo un fiore nero spuntava dal terreno.
La cantilena era un inno alla morte, al risveglio della morte e ridava vita e speranza a chi aveva perduto la vita terrena ed era in attesa del giudizio. Tremendo fu l’istante in cui la bimba fantasma giunta sulla tomba si inginocchiò e con gli occhi sgranati conficcò nella lapide un coltello insanguinato.
Intorno a lei voci e manifestazioni spettrali dettero vita ad una danza macabra dai ritmi cantalenanti. Il sangue schizzò fuori dalla lapide e colpì la statua che la sovrastava: un angelo con il viso triste e contorto. La statua cadde in briciole ai piedi della bambina spettro e un fiume di sangue iniziò a percorrere i bordi della tomba fino a raggiungere tutte le altre adiacenti.
In pochi minuti tutto il cimitero rinacque e dai fiori neri spuntarono delle orriibli creature, talmente orribili che anche gli spettri dovettero indietreggiare per non essere divorati.
L’organo della cappella del camposanto iniziò a suonare il requiem e una schiera di ombre nere incappucciate si diresse verso quella tomba. Una processione di spettri, di morti non morti, di strane figure incorniciava quell’orribile cimitero di campagna, abbandonato da molti anni e oggetto di riunioni e di incontri tra persone poco raccomandabili.
La festa della rinascita ebbe inizio proprio quando la bimba spettro si lasciò andare sopra quella tomba e svanì lasciando soltanto il lungo coltello e un forte odore di zolfo.
L’orgia ectoplasmica durò per tutta la notte fino allo spuntare dell’alba poi tutto ritornò come prima, nel silenzio più totale.
Quiete, silenzio; una gelida pace ritornò a regnare nel camposanto mentre il gufo appollaiato sul cipresso spalancò i suoi enormi occhi gialli come radar alla ricerca di qualcosa che ancora non voleva andarsene da quel mondo terreno.
Un grido fulminò gelidamente quella notte e un vortice di nuvole nere si abbattè sul campanile della chiesa e una strana figura di donna completamente nuda camminava tra i viali del cimitero brandendo un tridente con una mano e con l'altra spargeva polvere e sangue. I suoi occhi erano iniettati di siero velenoso e dalla sua carnosa bocca due affilati spuntavano rabbiosi in cerca di cibo.
Le anime trapassate non la potevano temere perchè oramai in uno stato di grazia e di beatitudine mentre le anime ancora sospese non avrebbero mai avuto la meglio.
Un individuo dall'aspetto torvo e storpio per metà uomo e per metà animale precedeva la processione dell'infernale creatura leggendo da una pergamena uno scritto:

Brami percuotere le anime e sottometterle al tuo volere.
Nessuno osa guardarti negli occhi perché tu sei la regina degli immortali.
Incontrastata signora dell’immoralità e dell’impudicizia.
Siedi sul trono di nero alabastro traboccante di lussuria e di ingordigia.
Sei portatrice di peccato e di sesso.
Orde di schiavi deformati ti camminano appresso lungo le strade che
portano all’eccesso sessuale.
L’anticamera dell’inferno non ha porte segrete perché tu sei la padrona,
la custode delle viscere eterne.
Sinuosa e strisciante come una serpe, straripante di veleno e di boria,
ti sazi nelle tue scorribande notturne in cerca di sangue e di carne, di odori e di
profumi.
Nessuno ha il controllo su di te. Il tuo volere è più forte di ogni altra
energia umana.
Ti vesti di nero per confonderti nella notte e i tuoi occhi cerulei scrutano
gli orizzonti e si perdono nei grigiori delle albe.
Poi ti plachi e ritorni a dormire i tuoi sonni prima che la luce del Dio sole trafigga
i vetri del tuo palazzo bruciandoti l’anima e il corpo.

Una fugace apparizione prima dello spuntare del sole. La signora dell'oltretomba sazia di mortalità rientrò nella propria dimora risucchiata nelle spirali di vento e di fuoco.
Era ora di rientrare e di riaddormentarsi fino alla successiva luna quando morti, anime e spiriti immondi avrebbero potuto accedere al mondo dell'oscurità per cibarsi di vite e di orripilanti bramosie.

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Postato alle 15:35 di venerdì, 03 ottobre 2008
Indispettito e annoiato.
Troppe parole, troppe immagini.
Delebili e frastornanti
Faccio a pugni con la mente
Stanca e flaccida.
Traccio linee immaginarie
Con fantasia.
Confini che non ho varcato.
Luoghi di giornate serene.
Guardando il sole tramontare.
Senza mai più dover combattere.
Arrendevolezza.
Riposo sotto le quiete ombre.
Spogliato di tutta la giornata.
Rivestito di notte e di poca luce.

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Postato alle 18:13 di domenica, 28 settembre 2008
Sfumati da coltri di nebbie dense.
Le vite sono logore.
Spaccate.
Indissolubili, indomiti
Guerrieri di altri mondi.
Inondati da gas infetti.
Respirano rumori e suoni.
Deviazioni psicosomatiche.
Lacerati dalle loro stesse battaglie.
Stanchi di consumismi ed arrivismi.
Riposano quieti.
Forse troppo immobili.
Dentro a fantasie oniriche.
Speranzosi di ardimenti ed allegorie.
Quanto meno dissociati.
Tra i giochi di luce e di ombra.
Dentro a confini indistinti.

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Postato alle 16:26 di domenica, 21 settembre 2008

Stava seduta sulla panchina del porto ad osservare i vascelli entrare ed uscire da quella insenatura. Infreddolita, arrabbiata, ed in trepidante attesa. Attendeva chi doveva arrivare e che non arrivava, attesa da chi invece era su una di quelle navi o ipotizzate tali e che invece non pensava che lei fosse presente: insomma il classico crogiolo di pensieri e di sub-pensieri senza scopi alcuni.
Un vestito di lino rosso a strisce azzurre, i capelli raccolti con un chinon stile bisnonna dei primi del novecento. Un cammeo raffigurante una ballerina, o una donna intenta a danzare qualche ballo strano di quelle epoche ciondolava appeso ad una catena a maglie grosse.
Devastata dalla noia e dall’impazienza si era perfino frantumata una caviglia nel salire le scale che portavano al muricciolo. Grazie a quei gradini di pietra tagliente che fuoriuscivano dalla roccia melmosa e appiccicosa. Poco male in confronto a ciò che stava per accadere.
Le sue mani erano piccole, ma talmente piccole che non si potevano notare nemmeno con una lente d’ingrandimento o con un microscopio elettronico. In pratica non aveva organi tattili ma delle attaccature squamose le cui giunture nervose si erano ritirate fino a farle divenire veri e propri artigli a forma di moncherino.
Nel viso splendeva la gioventù e la freschezza di una violetta del pensiero in pieno maggio, guarda caso gli occhi erano viola scuro e le labbra colorate di viola. Art and gothic fashion ci stava dentro tutto questa volta.
Vento freddo, troppo freddo e onde alte, altissime che superavano di ben oltre la soglia del consentito e le sirene delle navi tiravano suoni cupi di disperazione. C’era paura, pietà e sgomento tra i marinai che con i loro capelli al vento e avvolti nei cappottini blu notte sventolavano i fazzoletti dai pontili degli incrociatori. Salpavano per qualche irragionevole guerra verso mondi lontani e strani. Lei di guerre ne aveva combattute tante e premiata di tantissime medaglie d’oro al valore dell’ipocrisia convulsa e delle paturnie di fine stagione. Cosa poteva chiedere d’altro se non che un posto all’ inferno in una giornata da paradiso?! Ben inteso se questo era il paradiso.
Gli occhi pieni di lacrime e di sale, un mix esplosivo atto a provocare una sorta di cecità temporanea con conseguente visione etera delle sirene…o meglio…dei sirenetti con tanto di membri induriti e coda squamata. Voglia di pesce e profumo di mare.
Denti bianchissimi e una lingua rosa la cui punta era stata sagomata appositamente per contenervi un piccolo brillantino, un diciotto carati regalato gentilmente a Natale dal suo amato paparino: ex organista nella cattedrale e vice-priore della setta dei cavalieri dell’ordine di Malta. Va be’ pagato anche per metà, forse anche meno della metà dalla sua amata madre…madrina, professoressa di grafologia storica ed erotica alla scuola delle belle arti.
Famiglia apprezzata dall’intera cittadinanza e dalla curia vescovile ma snobbata dalla classe dirigenziale e da quella operaia; tutti casa-chiesa e gambe sotto il tavolo a tirarsi i calci.
Il mondo se ne stava andando, lei se ne stava andando nella tempesta in cerca di orgoglio e di amore. Si spogliò dei suoi abiti dei suoi averi, strappò il piercing dalla lingua ferendosi gravemente. La borsa che portava a tracolla volò in mare… un regalo anche questo firmato “La sorellina che ti vuole tanto bene…ma che ti taglierebbe la gola molto volentieri”.
Sulle onde si dispersero numerosi oggetti che lì per lì potevano essere scambiati per materiale alla deriva, stando al regolamento di marina. Cipria, rossetto, due calzini di lana, una scatola con all’interno frammenti di erba da masticare, preservativi in buono stato e dulcis in fundo…un vibratore scarico senza batteria.
Disfarsene al più presto era il suo scopo. Oggetti inutili dentro ad una persona inutile come lei che aspettava colui che doveva venire senza mai più lasciarla. Lui non sarebbe più approdato a quel porto, a meno che non si fosse presentato sotto le mentite spoglie di un essere marino, l’idea di quei sirenetti non era per niente male, o di qualche Cristo fluttuante sulle acque. Ma l’ipotesi era vaga, lontana, fuori dal contesto mentale. Cosi la saggia decisione di invertire i ruoli.
Non aveva coraggio di tuffarsi da quell’altezza, e con le mani che si ritrovava avrebbe percorso occhio e croce cento metri senza poter raggiungere il bastimento. Sprovvista di pinne e di occhiali da sommozzatore si sentiva alquanto a disagio tra i marosi e le risacche ma il più era fatto e tentare non nuoce nemmeno alla salute.
Si tuffò a testa in giù andando a sbattere contro scoglio sottostante frantumandosi la clavicola e l’avambraccio ma con l’altro arto sano si spinse avanti fino a conseguire l’obiettivo. Ansante e completamente debilitata venne fatta salire a bordo per mezzo di una scialuppa di salvataggio mezza rotta e senza remi.
Giunta sul ponte della nave lui, il giovanotto dalle belle speranze le viene incontro, lei incredula nel vederlo cosi leggiadro e baldanzoso si accascia ai suoi piedi prendendolo per le caviglie. Suppliche e preghiere. Promesse, tante promesse mai mantenute. Rincasare da lei sulla terra ferma non sarebbe stata una farabutta idea. Ma il marinaio di alto bordo con le mani impiastricciate di vernice fresca e con la maglietta d’ordinanza unta d’olio e di grasso di balena non la guardò neppure di striscio. Passò via accanto alla sua esile figura di donna senza macchia e senza paura e scivolò oltre un oblò ignaro di quanto stava per perdere per sempre.
Un improvviso cambiamento di rotta della nave la trascinò verso il bordo della stessa facendola ricadere in acqua. Lui all’interno della cambusa sorrise e con un gesto degno di un eroe dei fumetti frantumò il vetro della cabina, saltò fuori con l’agilità di uno scoiattolo e cercò il suo sguardo ma non lo ritrovò più, era troppo tardi per le reminiscenze. Lei di nuovo in acqua. Nel tragitto di ritorno recuperò gli oggetti e per un colpo di fortuna sul muricciolo del porto nessuno aveva toccato i suoi vestiti tranne un crostaceo di passaggio, un voyeur e feticista che si fece onore lasciando simboli e tracce pagane sulla leggera stoffa firmando cosi il capo d’abbigliamento. Rivestitasi corse via dal porto, dall’acqua e da tutti gli atomi e dalle sostanze della sua vita. La biologia marina non faceva per lei, meglio ritornarsene in città e godere delle funzioni del vibratore, comprato nuovo di zecca all’emporio sotto casa.

 
 

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Postato alle 20:07 di lunedì, 15 settembre 2008
Si allungano le ombre stanche.
La notte quieta e silenziosa sorride
affacciandosi alla finestra del cielo.
Addormentarsi tra le
braccia di una luna dolce e silenziosa
quando un leggero vento accarezza la pelle
quasi lambendola.
Mezzanotte è vicina. Tanto vicina.
Le vie dei borghi antichi arroccati sui pendii
collinosi si vestono di lampioni dalle luci
soffuse.
Le voci distanti si confondono
con il rintocco delle campane sono segni
premonitori che la felicità è rinchiusa
dentro alle stelle.

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Postato alle 20:14 di lunedì, 08 settembre 2008

La giornata era da poco iniziata con tutto quello sfarfallio di luci e di colori che in un giorno di inizio estate potevano anche incantare per la loro luminosità e lucentezza ma certamente non rinfrescare dalla calura che sovrastava il cottage.
Mrs. Simmons si appropriava della teiera e della biscottiera due vecchi cimeli dell’anteguerra, un regalo della nonna sempre cosi ben gradito anche dopo quasi un secolo per riporli sul tavolo della cucina.
Una tovaglia rossa con ricami azzurri e viola a forma di fiori ricopriva il massiccio tavolo in legno e bottiglie di ginger e di birra giacevano semivuote sulla superficie stanche ed annoiate.
La sera precedente Mrs. Simmons aveva dato una festa; un ricevimento senza alcun grande impegno ne occasione e l’afflusso di gente fu talmente tanto che la sala dei banchetti rischiò di scoppiare.
Cantanti, attori, cineasti, avvocati e medici, tutto il clero e la nobiltà della città convennero a quel party che Mrs. Simmons piaceva organizzare. Giusto per non tediare la vita già per sé molto noiosa e vuota proprio come le bottiglie sul tavolo.
E’ strano risvegliarsi la mattina con le occhiaie e il mal di testa e ripensare alla sera prima come ad qualcosa che era stato sicuramente bello dal punto di vista gastronomico e mondano ma che aveva lasciato uno strascico di non poco conto sotto il profilo prettamente psicologico e morale.
La strana e bizzarra storia ebbe inizio verso le dieci passate quando un vecchio amico della signorina Simmons si era pronunciato con notevole boria e sarcasmo con le solite avance da coniglio in calore. Lui bigotto e oxfordiano e grande uomo di mondo nonché grande amante dello sport. Muscolatura possente e feroce, mani grandissime e callose che non si tiravano indietro nel palpeggiare i fondoschiena delle signore presenti alla festa. Lei tutta casa e chiesa, pulizie e mantenimento del suo stato di donna vissuta e appagata nonostante la già avanzata età e la quasi decomposizione della materia prima che teneva appena poco sotto il suo ventre. Tanto livore, comunque, da fare invidia ad una ragazza pon-pon o ad una fotomodella di Vogue. Due teste, due mondi differenti e separati da una cortina di culture dissimili e sotto certi aspetti anche troppo lontane.
Charles Lindsay, anzi Sir Charles Lindsay e Mrs. Audrey Simmons avevano flirtato di nuovo dopo qualche anno di assenza dalla scena dagli eventi festaioli e delle bevute di birra e di ginger. Una caraffa da litro lui e un mezza bottiglia di non specificata tipologia di alcol, lei. Distesi entrambi sul divano stile rococò fatto a mano dal nonno di Mrs. Simmons. I loro spasmi d’amore e le loro effusioni si erano perse nella notte dei tempi ma gli occhi di ragazzini innamorati cotti e vogliosi di sesso e di passione non mancarono di incrociarsi per ore ed ore anche quella sera. Tutto come fosse stata la prima volta. Il membro eretto di Charles e la vagina umida di Audrey comunicavano la voglia di rispolverare gli antichi e gloriosi fasti quando la coppia, assai giovane e ancora inesperta si lanciava in galloppate esasperanti e al limite del tracollo fisico.
La musica chill-out veniva diffusa da due altoparlanti collegati ad un impianto hi-fi di ultima generazione. Un deejay di colore con i capelli a rasta si prodigava per cambiare di tanto in tanto qualche cd concedendosi una bevuta e una tirata di fumo rollata per bene sulla cartina.
Nel frattempo il fattaccio si compì. La corrente elettrica di colpo cadde e tutti rimasero al buio per più di cinque minuti. Un sovraccarico di tensione fece scattare l’interruttore generale e tutti colsero l’occasione di giocare al tocca-tocca. Volarono ceffoni e gridolini di piacere, spintoni e botte. Qualcuno cercò la via d’uscita più breve per appartarsi in qualche locale del cottage stile vittoriano di Mrs. Simmons per copulare e per darsi ai bagordi arraffando il più possibile tartine, paste e pizzette. Qualcun altro invece a tentoni si avvicinò al mobiletto del bar in cerca di qualcosa da bere ma cadde rovinosamente sopra ad una coppia di giovani sposi intenti ad amoreggiare seminudi sul pavimento di cotto toscano.
Padre Berger e Suor Mary, due accesissimi personaggi del clero accesero le torce puntandosele contro i loro visi e un urlo straziante di terrore e di panico risuonò per tutta la casa mentre mani e bocche incorniciavano quel quadretto sentimentale componendo una strana identità artistica simile all’arte gotica.

Il deejay ebbe un orgasmo a causa di una lavorazione di ottima fattura fornitagli da una studentessa universitaria figlia di un avvocato anch’esso intento a questi giochi con la cameriera filippina.
Ritornò la luce e lo scenario si presentò come un campò di battaglia interamente devastato dalla furia cieca di quaranta e più ospiti bramosi di carnalità e di gioco. Mrs. Simmons e Charles Lindsay abbracciati stretti su quel divano ignari della situazione e della vergogna. Entrambi nudi a metà con in bella evidenza i tatuaggi e i piercing che ricoprivano il novanta per cento dei loro corpi. Mrs. Audrey aveva un tatuaggio maori sulla schiena e un aquila reale sul dorso, mentre Sir Charles da ex militare dell’esercito Reale, portava tatuato sul petto e sulle braccia i nomi delle vittime cadute sotto i proiettili del suo fucile da guerra.Si erano fatte le undici e mezza e molti dei presenti l’indomani avrebbe avuto una giornata da trascorrere tra le scrivanie e sulle poltrone accademiche cosicchè al rintocco della mezzanotte scapparono alla chetichella degnandosi di qualche saluto e di qualche cenno di ringraziamento.
Tra quell’orgia di babbuini e babbuine addomesticate e a due zampe, tra l’ingordigia e la lussuria i due si strinsero si baciarono lasciando che il fiume di materiale da macello defluisse con ordine verso la porta d’uscita. L’ambiente divenne sterile senza essere prima disinfettato: baci, carezze, effusioni fino all'alba. Ubriachi d'amore e di qualche birretta in più ma protagonisti di quel classico ritorno di fiamma con tanto scossa elettrica.

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Postato alle 17:51 di martedì, 02 settembre 2008

Jack lo squartatore (in inglese: Jack The Ripper) è lo pseudonimo dato a un serial killer che ha agito, nel quartiere degradato di Whitechapel a Londra e nei distretti adiacenti, nell'autunno del 1888. Il nome è tratto da una lettera, pubblicata al tempo delle uccisioni, destinata alla Central News Agency e scritta da qualcuno che dichiarava di essere l'esecutore dei delitti. Durante la sua attività criminale, gli sono state attribuite cinque vittime, ma è possibile che abbia ucciso anche altre persone. Il primo delitto ha dato modo di conoscere, oltre all'abilità del killer, anche il suo modus operandi e la tipologia delle sue prede; soltanto prostitute sventrate e sgozzate. Su di lui è stato detto e scritto di tutto, sono stati girati dei film. Fu uno dei primi criminali della storia a esser classificato come “Serial Killer”, ma la sua storia è diversa da quelle che siamo abituati a sentire: Jack non è stato arrestato né condannato, contro di lui non esiste nessuna prova, non ha mai commesso errori. Gli inquirenti hanno brancolato a lungo nel buio, a loro disposizione solo una manciata di indizi, alcuni dei quali mandati via posta dallo stesso Ripper, qualche sommaria descrizione di testimoni oculari e tantissime ipotesi. Nonostante tutto, a distanza di quasi 120 anni, Scotland Yard mantiene ancora aperto il fascicolo su di lui. Di seguito è ricostruita la cronologia degli eventi:

Mary Ann Nicholls, prostituta di 45 anni, fu la prima vittima accertata. Il suo corpo venne ritrovato il 31 Agosto 1888, alle 4 del mattino, in Buck's Row, di fronte uno dei tanti mattatoi del quartiere. La vittima presentava la gola squarciata fin quasi alla decapitazione (la ferita intaccò le vertebre del collo) e tagli sul ventre dai quali fuoriusciva l'intestino. Gli organi genitali presentavano gravissime ferite, probabilmente inferte con la punta di un pugnale. L'autopsia rivelò che l'assassino era mancino, fatto che poi verrà smentito da tutti i criminologi che hanno studiato il caso. I giornali dell'epoca, che riportavano ogni giorno articoli relativi a donne accoltellate, bruciate vive, sfregiate e mutilate, diedero enorme rilievo al caso definendolo "strano" rispetto ai tanti che costellarono “l'Autunno di terrore".

Annie Chapman, 48 anni, prostituta, fu la seconda vittima ufficiale di Jack lo squartatore. Venne ritrovata l'8 Settembre 1888, nel cortile del numero 29 di Hanbury Street, a Whitechapel, da un fattorino. Il suo corpo giaceva steso tra la porta e la palizzata, uno spazio di circa ottanta centimetri. La gola era squarciata e la testa di poco attaccata al busto. Il ventre era aperto; gli intestini appoggiati sulla spalla destra della vittima, mentre la vagina, l'utero e due terzi della vescica furono asportati. Ai piedi della vittima vennero rinvenute alcune monete e un pezzo di busta insanguinata riportante la data del 20 Agosto. In questo caso ci fu anche un testimone, un inquilino della casa a fianco che affermò di aver sentito un grido di donna ma non ebbe il coraggio di intervenire. Il giorno dopo, una bambina riferì alla polizia di aver visto, a qualche isolato dal luogo del delitto, una striscia di sangue. Gli investigatori affermarono che probabilmente quella poteva essere la traccia lasciata dal killer, poiché lui era solito portare con sé un macabro trofeo asportato alla vittima. Oltre alla striscia di sangue che non verrà mai studiata, neanche successivamente, ci fu il primo arresto effettuato dalla polizia. John Pizer, un macellaio ebreo del quartiere, viene accusato dell'omicidio grazie a un grembiule di cuoio trovato nei pressi del luogo del ritrovamento del cadavere. Il giorno dopo però si scoprirà che l'accusato "Leather Apron", come verrà soprannominato, non c'entrava nulla col delitto. Pizer, tuttavia, viene trattenuto in cella ancora per un altro giorno a causa della folla inferocita che voleva linciarlo. Gli unici indizi erano una valigetta nera e un cappello "alla Sherlock Holmes". Da questo delitto al successivo passarono ventidue giorni.

Elizabeth Stride, la terza vittima, venne trovata in Berner Street, presso il cortile di un circolo di ebrei e tedeschi, da un cocchiere. La donna presentava solo un profondo taglio alla gola, dalla quale, affermò il vetturino, usciva ancora del sangue. Ciò portò alla conclusione che l’uomo disturbò in qualche modo il lavoro di Jack lo Squartatore, che quindi non ebbe modo di infierire sul corpo esanime. Il sospetto fu tragicamente confermato dal ritrovamento del successivo cadavere.

Catherine Eddowes, la quarta sfortunata vittima, venne ritrovata in un lago di sangue, a pancia in su. La faccia era sfregiata: naso e lobo dell'orecchio sinistro erano tagliati, così come la palpebra dell'occhio destro, solcata da profondi tagli. Il volto era sfigurato con un taglio a "V" sulla parte destra e con numerose lacerazioni sulle labbra tali da mostrare le gengive. Il corpo era sventrato con un taglio dall'inguine alla gola; lo stomaco e gli intestini erano stati estratti e appoggiati sulla spalla destra della donna, il fegato appariva tagliuzzato, il rene sinistro e gli organi genitali erano stati portati via. Per finire, era stata sgozzata con uno squarcio fin quasi alla decapitazione.

Mary Jane Kelly fu l'ultima vittima canonica attribuita a Jack lo squartatore. L'omicidio di Mary è considerato il più orribile di tutti quelli attribuiti al serial killer. Il suo corpo venne scoperto l'8 Novembre 1888, poco dopo le 10:45. Il corpo, o quello che ne rimaneva, giaceva sul letto della camera dove la donna viveva, al numero 13 di Miller's Court, vicino a Spitalfields. La gola era squarciata, il viso severamente mutilato e irriconoscibile, il petto e l'addome aperti, molti organi interni erano stati rimossi, il fegato giaceva tra le gambe e l'intestino arrotolato attorno alle mani. La carne che ricopriva gli arti fu parzialmente asportata. Il cuore non venne trovato e si crede possa essere stato bruciato nel camino o persino cotto e mangiato. I vicini dissero di aver sentito un urlo solitario intorno alle 4 del mattino, e a quell’ora venne fatta risalire la morte.

Durante il periodo in cui sono avvenuti i delitti, la polizia e i giornali hanno ricevuto molte migliaia di lettere riguardanti il caso. Alcune erano di persone ben intenzionate che fornivano informazioni per la cattura del killer; la maggioranza però sono state considerate inutili e di conseguenza ignorate. Le più interessanti erano forse quelle centinaia scritte da persone che si dichiaravano gli assassini. La maggior parte di queste sono state considerate bufale. Molti esperti ritennero che nessuna di esse fosse autentica, ma tra quelle citate come forse attendibili, sia dalle autorità del tempo che da quelle moderne, tre in particolare sono importanti:
The "Dear Boss" Letter, datata 25 Settembre 1888 e ricevuta dalla Central News Agency il 27 Settembre 1888, è la prima che riporta la firma "Jack lo Squartatore" (in inglese Jack the Ripper). La polizia non ritiene la lettera autentica e non dà altra rilevanza al caso.
The "Saucy Jack" postcard, ricevuta l'1 Ottobre 1888, scritta in uno stile simile alla "Dear Boss" Letter. In questa cartolina, Jack lo squartatore menziona la futura uccisione di due vittime temporalmente vicine: "doppio evento questa volta". Il 30 Settembre 1888, nel giro di un'ora, vengono rinvenuti i corpi di due vittime, Elizabeth Stride e Catherine Eddowes.
The "From Hell" letter, ricevuta il 16 Ottobre 1888 da George Lusk, capo della Commissione di Vigilanza di Whitechapel. La lettera era accompagnata da una piccola scatola contenente la metà di un rene umano, conservato in alcol etilico. Uno dei reni della Eddowes era stato rimosso dal cadavere; il medico che ha esaminato il rene inviato con la lettera ha determinato una somiglianza con quello sottratto a Catherine Eddowes.
Uno dei più importanti documenti dell'epoca ai quali è possibile attingere per identificare alcuni dei sospetti di Scotland Yard è un memorandum scritto nel 1894 da Sir Melville Macnaghten, che nel 1888 era a capo della Polizia Metropolitana londinese. In esso Macnaghten indica quattro persone investigate per i delitti di Whitechapel: Montague John Druitt, Aaron Kosminski, Michael Ostrog e George Chapman. (Vedi sotto). Secondo alcuni, invece, Jack lo squartatore potrebbe essere il leggendario essere "Jack dai tacchi a molla". Entrambi hanno infatti un modus operandi simile, benché quest'ultimo si limitasse a sfigurare le vittime. Egli aveva però ucciso una prostituta. Forse Jack lo squartatore ricorreva all'identità di "Jack dai tacchi a molla" per perpetrare crimini anche nei periodi nei quali non uccideva.
(fonte: serialkiller.it)

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